I Dieci comandamenti

Ultimamente stanno tornando di moda i Dieci Comandamenti. Articoli sulla stampa, libri, riflessioni e quant’altro, danno spazio a questa tematica. Questo è un fenomeno sorprendente se si pensa a quanto forte sia stato l’impulso, nella storia del pensiero occidentale recente, a liberarsi di ogni imposizione, di ogni legge. Arriviamo a chiederci se non sia perfino opportuno rispolverare i Dieci Comandamenti ed usarli come mezzo di annuncio a riguardo di quel destinatario specifico che sono i giovani. Esistono dei crocevia storici che rendono questo o quell’altro argomento puntuale o fuor di proposito. È questo il tempo per “tenere a mente la legge data sul monte Oreb al servo di Dio, Mosè”? (cf Mal 3,22)

Dobbiamo prendere coscienza di alcune cose. La storia dell’ultimo secolo è la prima storia fruita in modo globale; ormai da vario tempo ciò che di rilevante accade, che ne so, in Messico, è universalmente noto in poche ore. Sappiamo quello che i mezzi di comunicazione fanno sapere, e siamo sottoposti ad una cascata, ad una inondazione di informazioni. Queste informazioni sono in realtà selezionate, addomesticate, ma questo è un altro argomento. A latere c’è un altro fenomeno strettamente collegato: la scomparsa, nelle società sviluppate, come la nostra, dell’analfabetismo. Era ieri che una parte non piccola di persone non erano in grado di leggere, anche se questo ci sembra lontanissimo nel tempo. Quindi la gente “sa” di più, i giovani in primis.

Ma cosa sanno? Sapere poco può significare sapere bene, sapere molto (nel campo divulgativo di cui stiamo parlando) è spesso sapere male, superficialmente. Qualità e quantità hanno i loro contrasti. Le persone di questo inizio millennio sanno molto e male. Esiste poi un ulteriore effetto “forchetta” fra due fenomeni culturali non piccoli. Da una parte il lungo processo di distruzione della figura paterna-autorevole, iniziato nell’illuminismo ed arrivato ad oggi. L’antipatia per l’autorità si sviluppa e cresce, via via, fino agli slogan del 1968 e alla odierna cultura individualista, anti-paterna, e quindi non-fraterna. Dall’altra parte abbiamo l’evoluzione della scienza, che mentre è epidermicamente ancora letta positivisticamente come “certezza”, ha avuto nei principi di relatività, di indeterminazione e di indecidibilità (rispettivamente di Einstein, Heisemberg e Goedel) un momento devastante di ristrutturazione ed approfondimento. Gli assiomi di una visione positivista, “certa”, della scienza, sono obsoleti.

Tiriamo le somme: io, giovane di oggi, so molte cose, assai contraddittorie e ricevute da molte fonti contrapposte. Sociologicamente non accetto le autorità, non credo nei padri, di qualsiasi genere. A livello culturale professo un relativismo evanescente, una visione del mondo a livello gassoso, tutto è vero e tutto è falso, niente è certo. È chiaro che questa è un’analisi tagliata con l’accetta, in poche righe, una generalizzazione che richiederebbe mille distinguo. Ma cerchiamo di arrivare da qualche parte e non cadiamo nei tombini degli approfondimenti sterili.

Quale è il risultato del quadretto appena disegnato? Una disperata mancanza di certezze. Questa mancanza non è quasi mai consapevole, è uno spiffero di angoscia nel fondo del cuore delle persone di oggi. La legge di gravitazione universale, che impone al mio corpo di cadere sulla sedia che mi sorregge, e di starci stabile, è anche una legge esistenziale. Per “essere” io ho bisogno di un appoggio, di una base, di un fondamento. Se qualcuno mi avverte che la sedia di cui mi sto servendo spesso si sfascia di colpo, la mia rilassatezza conosce una crisi. Così se le mie basi esistenziali, le cose certe, necessarie per assestare in una qualche maniera il mio io, sono per definizione dubitabili, relative, inaffidabili, come sto io?

La cultura dei talk-show, del dibattito, dell’esternazione di otto punti di vista contrapposti, della libertà per la libertà, specie quella di opinione, scrive nelle coscienze in via di formazione, come quelle giovanili, una confusione molto più devastante di quanto si pensi. Sarebbe il caso di approfondire, e non è questo il momento, cosa possa significare un atto di fede per soggetti addestrati in tale contesto. Richiede forse una forma di estrazione quasi fisica dall’ambito odierno.

E i Dieci Comandamenti? Dopo 200 anni di devastazioni abbiamo un uomo che per saper tanto, non sa proprio niente. Abbiamo un analfabetismo esistenziale, ogni scelta è incerta, e si vive a casaccio. Abbiamo perso le istruzioni per l’uso. Adoperiamo la vita, il corpo, l’affettività, l’amicizia, il tempo, come un elettrodomestico sconosciuto, spingiamo i bottoni a caso. La felicità sembra un incidente fortuito, e l’alchimia della vita pare ineffabile. Pecore senza pastore, che hanno rifiutato il pastore culturalmente, esistenzialmente, scientificamente.

“In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva quel che gli pareva meglio” (Gdc 21,25). La storia, però, è provvidenziale. Tutto questo non è pura perdizione, ma occasione, questo è un ottimo punto di partenza. Anche perché la verità non è così lontana ed inarrivabile, è un uomo, il Figlio Unigenito del Padre. Il Re che ci manca. Possiamo rifiutarlo, dimenticarlo, ma ci manca, senza di Lui non sappiamo che fare; proviamo e sbagliamo, ci sembra all’inizio di stare meglio e poi scopriamo di vivere al buio. Arriva il benefico momento in cui siamo ridimensionati, ci siamo fatti male, siamo finalmente delusi dalle menzogne. E iniziamo ad essere destinatari idonei di una parola, quella di Chi diceva che sono beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Il regno dei cieli si annuncia ai poveri.

La vita ha le sue istruzioni per l’uso, ha la sua filigrana di autenticità. Noi, annunciatori, sappiamo (se lo sappiamo) che nella santa volontà del Padre c’è la nostra pace, la nostra certezza, e che esiste un uso buono delle cose. Proprio questo sono i 10 comandamenti: la via della pace, la via della sapienza. Se è vero che bisogna passare dalla Legge alla Grazia, è pur vero che l’uomo che non conosce neanche la Legge è un cieco senza punti di riferimento. Il buon gioco dell’annuncio dei 10 comandamenti (soprattutto come radiografia di Cristo, del suo modo di pensare, della sua obbedienza al Padre e del suo amore per noi) trova la sua forza proprio nel dolore sordo di questa generazione.

C’è un “ma”. Iddio ci salvi dai toni clericali. Qui è dove si inceppa questo meccanismo della Provvidenza, perché è la parte che ci riguarda, che dipende da noi. Se il messaggio è la Sapienza del Padre, rivelata al Sinai e destinata ad ogni persona di ogni epoca, e il destinatario è questa pecora dolorante del terzo millennio, chi è l’emittente? Un moralizzatore? Un emettitore di rimandi ai “doveri”? Un espettoratore di richiami ai “valori”? Un apodittico diffusore di imperativi categorici kantiani? Un paladino dell’etica? Per amor di Dio, no! Questi anni hanno visto il moltiplicarsi, anche in ambito ecclesiale, degli studi sui dieci comandamenti, e di conseguenza il crescere dell’interesse attorno alle ipotesi pastorali che trattino il decalogo. Ma il rischio è che ci si metta a suonare con un nuovo strumento la solita vecchia musica. La gente prima di ascoltare il contenuto di quello che si dice, ascolta la musica delle parole. E se la musica è noiosa, o, peggio, esigente, moralista, non ascolta. Molto spesso quando si è nell’occasione di ascoltare tanti predicatori odierni, si stacca l’audio e si pensa ai fatti propri.

Per essere ascoltati bisogna prima ascoltare quello spiffero di angoscia dentro di noi, saper parlare ai poveri da poveri e non da teoreti. E, magari, parlare da innamorati. Non perché lo si sappia fare. Perché lo si è. Un progetto pastorale formulato teoricamente diventa facilmente una sterile operazione di algebra ecclesiale. Dobbiamo temere un neo-moralismo. Il Cristianesimo non è un’etica. Il Cristianesimo è una persona, Cristo. I Dieci Comandamenti sono stati applicati da Dio Padre, in primis, a se stesso, e lo abbiamo visto nel corpo crocifisso del suo Figlio Unigenito. I Dieci comandamenti sono lo stile di vita di Dio.

 
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